Autore

Carmela Costa

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L’anno italiano è scandito da una serie di festività, ognuna con profonde radici storiche e religiose. Qui, le persone non si limitano a celebrare le date, ma le vivono con tutto il cuore: con processioni, fuochi d’artificio, falò, sfilate in costume e, naturalmente, cibi tipici. Molte di queste tradizioni si sono conservate solo in città o quartieri specifici, ma costituiscono il tessuto vivo dell’identità italiana. Per un viaggiatore, partecipare a una di queste celebrazioni diventa più di una semplice visita turistica: è un’immersione nella vera Italia.

Il Carnevale è il periodo più vivace prima della Quaresima. Il Carnevale di Venezia è famoso per le sue maschere e la sua eleganza, ma il vero spirito popolare si manifesta anche in altre città. A Viareggio (Toscana) si svolgono gigantesche sfilate di carri allegorici che prendono in giro politici ed eventi mondiali. A Ivrea (Piemonte) si celebra la famosa “Battaglia delle arance”, in cui squadre in costume storico si lanciano arance a vicenda, rievocando una ribellione contro un tiranno. A Puttignano (Puglia), il giorno di Carnevale, viene bruciata un’enorme effigie e l’intera città si trasforma in una piazza danzante. Le date del Carnevale variano, ma il culmine è solitamente a febbraio.

La Pasqua è la seconda festività religiosa più importante. In tutta Italia si celebrano solenni messe e processioni. Il Venerdì Santo, molte città, soprattutto al Sud, organizzano processioni con crocifissi e statue portati a spalla da confraternite in abiti medievali. A Firenze, il giorno di Pasqua si svolge lo Scoppio del Carro, un antico rito in cui un carro carico di fuochi d’artificio viene incendiato nella piazza antistante il Duomo, a simboleggiare un buon raccolto. Un pranzo di Pasqua include necessariamente l’agnello, la pastiera a Napoli o la colomba (una sorta di colomba pasquale fatta di pasta dolce).

Le feste patronali sono le celebrazioni dedicate ai santi patroni di ogni città e paese. A Napoli, San Gennaro si celebra il 19 settembre: il sangue del santo viene liquefatto in un’ampolla nella cattedrale e, se non avviene un miracolo, la città si ferma per l’allarme. A Palermo, Santa Rosalia si celebra il 15 luglio: le strade vengono decorate e una processione con un reliquiario d’argento attraversa la città. A Bologna, San Petronio si celebra il 4 ottobre. Ogni festa è accompagnata da fuochi d’artificio, fiere, distribuzione gratuita di cibo e allegria generale. I turisti dovrebbero controllare le date in anticipo: questo potrebbe essere un motivo per visitare la città o per trovare i musei chiusi, ma l’esperienza sarà comunque indimenticabile.

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La cucina italiana è rinomata in tutto il mondo, ma le buone maniere a tavola spesso rimangono un mistero per chi la conosce. Ciò che è considerato normale in una regione può risultare strano in un’altra, e alcune tradizioni nazionali sono così radicate che infrangerle viene percepito quasi come un insulto. Conoscere queste regole non scritte non solo vi aiuterà a evitare situazioni imbarazzanti, ma anche a godervi al meglio un pasto italiano, che si tratti di una pizza da strada o di una cena formale al ristorante.

Il cappuccino è una bevanda mattutina. Gli italiani lo bevono solo prima delle 11:00, di solito a colazione, e mai dopo un pasto. Ordinare un cappuccino dopo pranzo, o soprattutto dopo cena, è considerato insolito: si crede che il latte interferisca con la digestione. Dopo mezzogiorno, la scelta si limita all’espresso (caffè) o, raramente, al macchiato (espresso con una spruzzata di latte). Se desiderate comunque un cappuccino dopo cena, preparatevi a sguardi sorpresi da parte del cameriere e a possibili battute. Inoltre, in Italia non si beve caffè da asporto, ma lo si sorseggia con calma al bancone.

Il conto viene spesso richiesto al ristorante dopo aver consumato tutti i pasti. A differenza di molti altri Paesi, in Italia il cameriere lo porta solo su richiesta, per evitare di dare l’impressione di fretta. Per chiedere il conto, basta dire: “Il conto, per favore”. La mancia è facoltativa, ma è consuetudine lasciare qualche euro se il servizio è stato buono, oppure arrotondare per eccesso. Alcuni ristoranti includono il costo del servizio (coperto), un importo fisso per il servizio al tavolo e il pane, indicato separatamente sul menù e che varia da 1,50 a 3 euro a persona.

Il coperto è spesso fonte di confusione per i turisti. A differenza della mancia, il coperto è un importo obbligatorio che viene addebitato per il servizio al tavolo, il pane e le posate. È sempre indicato sul menù e non importa se si ordina il pane o meno. Alcuni ristoranti nelle zone turistiche potrebbero non avere il coperto, ma in tal caso di solito aggiungono un supplemento del 10-15% per il servizio. Leggete attentamente il menù: se vedete “pane e coperto” o semplicemente “coperto”, sappiate che si tratta di una pratica legale e comune. Non cercate di contestarla: fa parte della tradizione locale.

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Fare shopping in Italia è molto più che acquistare oggetti; è un rituale in cui tempo, luogo e interazione sono fondamentali. Gli italiani apprezzano la qualità e lo stile, e considerano la scelta degli articoli come una vera e propria forma d’arte. Per i turisti che desiderano portare a casa non solo souvenir, ma anche autentici acquisti italiani, è importante conoscere le usanze locali: gli orari di apertura dei negozi, dove trovare i prezzi migliori, come usufruire del tax-free shopping e come comunicare con i commessi per massimizzare l’esperienza di shopping.

Gli orari di apertura dei negozi in Italia differiscono da quelli tipici di altri Paesi. I grandi centri commerciali e le boutique delle catene nelle zone turistiche sono aperti ininterrottamente dalle 10:00 alle 20:00 o 21:00. Nei centri storici e nei piccoli borghi, invece, si mantiene il ritmo tradizionale: al mattino i negozi sono aperti dalle 9:30 alle 13:00, poi chiudono per una pausa e riaprono dalle 16:00 alle 19:30 o 20:00. Il lunedì è spesso un giorno di chiusura per i negozi più piccoli, soprattutto al mattino. Quando pianificate i vostri acquisti, è utile tenere conto di queste pause: il momento migliore per curiosare tra le boutique è la mattina prima delle 13:00 e la sera dopo le 16:00.

Il tax-free (rimborso IVA) è un aspetto importante per gli acquisti consistenti dei turisti provenienti da paesi extra UE. L’IVA in Italia è del 22% e si può ottenere un rimborso dal 12 al 15% dell’importo dell’acquisto se la spesa minima è di € 154,94. Al momento dell’acquisto, assicuratevi di richiedere una ricevuta tax-free e di compilarla immediatamente. In aeroporto, prima del volo, è necessario presentare la merce, le ricevute e il passaporto alla dogana. I grandi centri commerciali e le boutique spesso dispongono di chioschi automatici per i resi. Importante: gli articoli devono essere nuovi e imballati prima di poter essere sdoganati.

Gli outlet rappresentano un capitolo a parte dello shopping italiano. I più famosi sono il Serravalle Designer Outlet (vicino a Milano), The Mall (in Toscana, vicino a Firenze) e McArthurGlen a Castel Romano (vicino a Roma). Offrono marchi che spaziano da Prada e Gucci a opzioni più accessibili, con sconti che arrivano al 30-70%. Autobus navetta collegano le stazioni ferroviarie centrali delle principali città con gli outlet. Il segreto per fare acquisti di successo negli outlet è arrivare poco prima dell’apertura per accaparrarsi le ultime collezioni, e non aspettarsi di trovarle: gli outlet propongono articoli delle stagioni precedenti o collezioni speciali realizzate appositamente per questi negozi.

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In Italia esiste un concetto impossibile da tradurre con precisione in altre lingue: “il dolce far niente”. Non si tratta di pigrizia o procrastinazione, ma della capacità consapevole di godersi il momento senza scopo, senza fretta e senza sensi di colpa. Gli italiani coltivano quest’arte fin dall’infanzia: sanno sedersi per mezz’ora davanti a un espresso, osservando la gente che passa, o trascorrere una domenica pomeriggio con un lungo pranzo in famiglia che inizia all’una e termina a sera. Per un visitatore, il primo shock è la consapevolezza che qui nessuno ha fretta, e cercare di adattarsi a questo ritmo richiede una ricalibrazione della propria percezione del tempo.

Il rituale centrale della giornata italiana è la passeggiata serale. Dalle 18:00 alle 20:00, città e paesi si trasformano in palcoscenici: gli abitanti si riversano nelle vie principali, vestiti elegantemente, per passeggiare, incontrare amici, scambiarsi notizie, mangiare un gelato o prendere un aperitivo. Non è uno sport o una necessità, ma un atto sociale, una dimostrazione di comunità. In questo momento non è consuetudine sbrigare affari o fare commissioni di fretta. La Passeggiata è un momento in cui il tempo si ferma e il valore principale è essere qui e ora in compagnia degli altri.

L’aperitivo è un altro pilastro della filosofia italiana. Dalle 19:00 alle 21:00, i bar si riempiono di persone che vengono a gustare un bicchiere di prosecco, spritz o negaroni e ad approfittare di un buffet di stuzzichini. Nelle grandi città, soprattutto a Milano e Torino, l’aperitivo è diventato un vero e proprio pasto: con 10-15 euro si ottiene un drink e accesso illimitato a un buffet con olive, bruschette, mini-pizze, insalate e persino piatti caldi. Ma la cosa più importante dell’aperitivo non è il cibo, bensì l’opportunità di rilassarsi dopo il lavoro, chiacchierare con colleghi o amici e rallentare il ritmo prima di cena.

Il pranzo in Italia è un momento sacro. Dalle 12:30 alle 14:30, la maggior parte dei negozi e degli uffici chiudono e le strade si svuotano. Familiari e amici si riuniscono attorno al tavolo per consumare un pasto completo composto da diverse portate: antipasto, primo, secondo, contorno, frutta o dessert. Sul posto di lavoro, questo momento è sacro: nessuno fissa riunioni di lavoro durante la pausa pranzo e persino le telefonate in questo orario sono considerate maleducazione. Per gli italiani, il “pranzo” non è solo un pasto, ma un codice culturale tramandato di generazione in generazione.

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Il Piemonte è una regione rimasta a lungo nell’ombra dei suoi vicini più rinomati, eppure la sua cucina è giustamente considerata una delle più squisite d’Italia. Qui, tra le colline delle Langhe e del Monferrato, nascono vini pregiati, si coltivano tartufi bianchi e si creano piatti che uniscono il rigore alpino alla raffinatezza della corte savoiarda. La cucina piemontese richiede tempo: tempo perché i vini maturino, i formaggi stagionino e i ragù sobbolliscano lentamente.

Il tartufo bianco d’Alba è un vero tesoro, ricercato da ottobre a dicembre nella zona intorno alla città di Alba. A differenza del tartufo nero, il tartufo bianco non può essere coltivato e viene raccolto a mano con l’ausilio di cani appositamente addestrati. L’aroma del tartufo bianco – complesso, terroso, con note di miele e aglio – si rivela al meglio quando viene tagliato a fettine sottili e adagiato direttamente su un piatto di tagliatelle o uova strapazzate. Alla Fiera del Tartufo di Alba, si possono acquistare tartufi da 20 grammi a prezzi che variano dai 200 ai 500 euro per 100 grammi, mentre nei ristoranti un piatto di pasta al tartufo costa dai 40 ai 60 euro.

Barolo e Barbaresco sono due grandi vini piemontesi prodotti con uve Nebbiolo. Il Barolo è definito il “re dei vini”: richiede un lungo invecchiamento (almeno 38 mesi, di cui 18 in botte) e rivela bouquet di rose, ciliegie, tabacco e tartufo. Il Barbaresco è più elegante e pronto da bere un po’ prima. Visitare le cantine delle Langhe significa entrare in un mondo dove ogni produttore custodisce i propri segreti. Una degustazione con visita in cantina costa dai 20 ai 40 euro, e una bottiglia di buon Barolo parte da 35 euro. Il periodo migliore per una visita enologica è ottobre, quando i vigneti si tingono d’oro e di rosso.

Gli agnolotti del Piemonte sono un piatto di pasta ripieno di carne o verdure fritte, spesso servito in brodo di carne (agnolotti in brodo) o con salsa al tartufo. Nei ristoranti della regione, questo piatto è considerato un must della domenica. A differenza dei tortellini emiliani, gli agnolotti hanno una forma quadrata e un impasto più denso. Una porzione costa dai 12 ai 16 euro. L’arte di preparare gli agnolotti si tramanda di generazione in generazione e alcuni agriturismi offrono laboratori di pasta fatta in casa (al costo di 50-80 euro, pranzo incluso).

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La Sicilia è un crocevia di civiltà e la sua cucina è l’esempio più lampante di questa fusione. Gli arabi, che governarono l’isola tra il IX e l’XI secolo, portarono con sé agrumi, zucchero, riso, zafferano e l’amore per i dolci, che divennero il fondamento della gastronomia siciliana. Qui, pizza e pasta passano in secondo piano, lasciando spazio a piatti che trasudano raffinatezza orientale mescolata alla generosità mediterranea. La cucina siciliana è una festa, dove ogni piatto racconta una storia di conquiste, commerci e saggezza contadina.

Gli arancini sono palline di riso fritte che prendono il nome dalle piccole arance a cui assomigliano. Il ripieno può variare: la versione classica è un ragù di carne con piselli e mozzarella, una versione più burrosa con melanzane e formaggio, oppure prosciutto e formaggio. A Palermo sono rotondi, mentre a Catania hanno una forma conica, che ricorda l’Etna. Un singolo arancino in una friggitoria di strada costa dai 2 ai 4 euro, il che lo rende lo spuntino perfetto. I migliori arancini si trovano nelle piccole “iscoles” (friggitorie), dove vengono tolti dalla friggitrice ogni mezz’ora per garantire che siano croccanti fuori e cremosi dentro.

I cannoli sono il dolce siciliano più riconoscibile. Sono tubi di pasta fritta ripieni di crema di ricotta di pecora addolcita con zucchero, spesso guarniti con frutta candita, gocce di cioccolato o pistacchi. Un vero cannolo va farcito poco prima di essere servito per garantire che il tubo mantenga la sua croccantezza. Palermo e Catania vantano pasticcerie storiche, come la “Pasticceria Cappello” o “I Cuochini”, dove un cannolo costa dai 2,50 ai 4 euro. Si mangiano a colazione, a merenda o dopo cena, e non se ne ha mai abbastanza.

La caponata è uno stufato di melanzane in agrodolce, il re degli antipasti siciliani. La caponata è condita con sedano, olive, capperi, cipolle, pomodori e talvolta anche cioccolato (nella versione palermitana). Si prepara in anticipo e si lascia marinare, esaltandone il sapore. Viene servita come antipasto con il pane, come contorno di pesce o come piatto unico. Una porzione di caponata si può gustare in un’enoteca per 5-8 euro. Ogni famiglia siciliana ha la sua ricetta e il sapore può variare notevolmente da una zona all’altra dell’isola.

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La Campania è una regione sinonimo di pizza, ma il suo patrimonio culinario va ben oltre questo celebre piatto. Qui, intorno al Golfo di Napoli, nascono prodotti che sono diventati simboli del gusto italiano: mozzarella, limoncello, dolci e street food senza eguali. La Campania è un’esplosione di sapori, dove ogni ingrediente è il risultato di un terreno vulcanico, del sole e di tecniche artigianali tramandate da secoli.

La mozzarella di bufala Campania DOP non è la palla insapore che si trova al supermercato. L’autentica mozzarella, prodotta con il latte di bufale che pascolano nelle pianure paludose tra Capua e Salerno, ha una consistenza delicata e friabile e un sapore leggermente acidulo e lattiginoso. È meglio consumarla il giorno stesso in cui viene prodotta, quando è ancora calda e rilascia il suo siero. Nei caseifici specializzati, si può acquistare mozzarella fresca a 12-15 euro al chilo. Visitare un caseificio significa assistere alla lavorazione artigianale della mozzarella, formando a mano palline di diverse dimensioni, dalle piccole “ciliegie” alle grandi “trecce”.

La Costiera Amalfitana e l’isola di Capri sono famose per i loro limoni: enormi, aromatici e dalla buccia spessa. Con questi limoni si produce il limoncello, un liquore che è diventato la bevanda simbolo della regione. Il vero limoncello è un liquore a base di scorza di limone, senza l’aggiunta di coloranti o aromi artificiali. Ogni famiglia ha la sua ricetta e nelle località turistiche si possono assaggiare decine di varianti, dal classico dolce al secco, fino al cremoso (crema di limoncello). Una bottiglia da mezzo litro in un negozio locale costa tra i 10 e i 25 euro, a seconda del periodo di invecchiamento. Le aziende agricole che producono limoni offrono visite guidate e degustazioni, dove è possibile assaggiare non solo il limoncello, ma anche la torta al limone, il sorbetto al limone e persino la marmellata di limoni.

Lo street food napoletano è un mondo a parte. Il cuoppo (cuozzo del pieno) è un cono di carta ripieno di mozzarella fritta, arancini, fiori di zucca al forno con acciughe e mini pizzette. Un cono del genere costa dai 5 agli 8 euro ed è un pasto completo. Un altro capolavoro è la frittatina: una frittata di pasta con besciamella e piselli fritti. Si può acquistare in una friggitoria per 2-3 euro. A colazione, i napoletani mangiano la sfogliatella, una sfoglia ripiena di ricotta e frutta candita, disponibile in due varianti: riccia (croccante) e folla (morbida). Costa da 1,50 a 2,50 euro.

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La Liguria è una stretta striscia di terra tra il mare e la montagna, dove ogni centimetro è coltivato dalle mani dell’uomo. È la patria di una delle salse più famose al mondo, il pesto, ma le ricchezze culinarie della regione sono ben più vaste. La cucina ligure è un capolavoro di semplicità: niente fronzoli, solo ingredienti freschissimi, generosamente conditi con gli aromi di basilico, olio d’oliva e sale marino. Il capoluogo della regione è Genova, ma veri tesori culinari si nascondono in piccoli borghi di pescatori come Camogli, Portofino e le Cinque Terre.

Il pesto genovese è molto più di semplice basilico schiacciato con formaggio e olio. Il vero pesto si prepara in un mortaio di marmo con un pestello di legno. Per prima cosa, si pestano aglio e pinoli (o anacardi, a seconda della ricetta), poi si aggiungono le foglie di basilico coltivate nei pressi di Genova, seguite dall’olio extravergine di oliva ligure (Taggiasca). Il tocco finale è dato dal Parmigiano Reggiano e dal Pecorino Sardo, un formaggio di pecora dal sapore caratteristico, che non si trova nel pesto commerciale. A Genova, è possibile partecipare a un corso di preparazione del pesto (al costo di 30-50 euro) e portare a casa un vasetto del proprio pesto. Nelle trattorie, il pesto viene servito con le tradizionali trofie o trenette, una pasta corta e ricurva che trattiene meglio il sugo. Una porzione costa 12-16 euro.

La focaccia genovese è un vero e proprio cult. A differenza delle versioni toscana o pugliese, la focaccia genovese è morbida, elastica e generosamente condita con olio d’oliva, che cola tra le dita quando la si spezza. Si mangia a colazione, pranzo e come spuntino, spesso semplice, ma a volte con olive o cipolle. La focaccia migliore si vende nei piccoli panifici (forno), dove viene sfornata ogni mezz’ora. Una fetta (circa 200 grammi) costa 2-4 euro. Non perdetevi la “focaccia con formaggio” (focaccia di Recco): non si tratta di pane, ma di sottili strati di pasta con stracchino fresco fuso tra di essi. Questa prelibatezza è originaria della città di Recco, dove potrete gustarla nei panifici storici a un prezzo che varia dai 5 agli 8 euro a porzione.

La Liguria è la patria delle olive Taggiasca, che producono un olio dal sapore delicato e leggermente dolce, senza eccessiva amarezza. Gli oliveti si estendono su ripidi pendii terrazzati e la raccolta viene ancora spesso effettuata a mano. Il vero olio d’oliva ligure DOP ha un colore verde dorato e si usa come condimento, non per friggere. L’olio appena spremuto si può acquistare presso i frantoi a un prezzo che varia dai 15 ai 25 euro al litro. Particolarmente pregiato è il raccolto di ottobre-novembre, il cosiddetto “olio nuovo”, dal sapore vivace ed erbaceo e dal finale piccante.

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L’Emilia-Romagna è una regione conosciuta come la “capitale culinaria” d’Italia. Produce prodotti che sono diventati simboli della cucina italiana in tutto il mondo, ma qui vengono svelati in un modo completamente diverso rispetto a quanto accade all’estero. La via principale di questo paradiso gastronomico è la Via Emilia, un’antica arteria romana che collega le città-museo a cielo aperto di Parma, Modena e Bologna. Ognuna custodisce i propri segreti, tramandati di generazione in generazione, e per comprendere la vera Emilia non basta assaggiare i suoi prodotti, ma è fondamentale visitare i caseifici dove tutto viene ancora realizzato a mano.

Il Parmigiano Reggiano è un formaggio che qui viene semplicemente chiamato “Parmigiano”, e non ha nulla a che vedere con i formaggi a pasta dura venduti in confezioni di plastica. Il vero Parmigiano Reggiano DOP stagiona per almeno 12 mesi, e i migliori arrivano a 24, 36 e persino 48 mesi, periodo in cui compaiono i cristalli di tirosina nella struttura del grano, creando una croccantezza unica. Una visita a un caseificio è d’obbligo. Un tour con degustazione costa circa 15-25 euro e potrete vedere come il latte fresco di mucche nutrite esclusivamente con erbe locali viene trasformato ogni mattina in enormi forme, che vengono poi “suonate” con appositi martelli per verificarne la qualità. Il Parmigiano Reggiano migliore si acquista direttamente in azienda: un chilo di Parmigiano Reggiano stagionato 24 mesi costa 18-22 euro, molto meno che in un supermercato all’estero.

Parma è famosa non solo per il suo formaggio, ma anche per il Prosciutto di Parma DOP, che si distingue dagli altri prosciutti italiani perché utilizza solo sale, senza additivi, e viene stagionato ai piedi delle colline, dove il microclima crea l’umidità ideale. Il processo di stagionatura dura dai 12 ai 30 mesi e il risultato finale sono fette tenere che si sciolgono in bocca, con un delicato retrogusto dolce. Parma vanta un intero “prosciuttificatore”, un’area che ospita decine di produttori, molti dei quali offrono degustazioni gratuite nei loro negozi. Un chilo di prosciutto crudo affettato di alta qualità costa dai 18 ai 25 euro. La regola fondamentale: non comprate prosciutto già affettato, ma solo affettato a mano in fette sottilissime appena prima di servirlo.

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Il Piemonte è una regione dell’Italia nord-occidentale rimasta a lungo nell’ombra delle sue vicine più blasonate, eppure ospita uno dei tesori gastronomici e culturali più autentici del paese. Il nome “Piemonte” significa “ai piedi delle montagne” e, in effetti, la regione confina con le Alpi da un lato, mentre dall’altro si estendono i rinomati vigneti delle Langhe e del Monferrato, riconosciuti dall’UNESCO. Qui regna un ritmo unico, più sobrio rispetto al sud, e ogni angolo è intriso della storia della Casa Savoia, che governò prima il Ducato e poi l’Italia unita da queste terre.

Le colline delle Langhe sono il cuore del Piemonte, patria di due dei più grandi vini italiani: il Barolo e il Barbaresco. Questi vini sono chiamati rispettivamente “re” e “regine” e richiedono almeno tre anni di affinamento (38 mesi in rovere per il Barolo). Una visita alle cantine qui non è solo una degustazione, ma un’introduzione alla filosofia del terroir. Molte aziende, come Gaja, Giacomo Conterno e cantine a conduzione familiare meno conosciute, offrono tour a 25-40 euro, comprensivi di degustazioni di diverse annate. Il periodo migliore per un tour enologico è ottobre, quando la vendemmia è nel pieno del suo svolgimento e le colline si tingono dei colori autunnali, oppure la primavera, quando le nebbie che danno il nome alla regione (langhe significa “lingue della terra”) creano un’atmosfera mistica.

Il principale centro gastronomico del Piemonte è la città di Alba, famosa in tutto il mondo per il suo tartufo bianco (Tartufo bianco d’Alba). La stagione va da ottobre a dicembre e in questo periodo la città diventa una capitale gastronomica. Al mercato del tartufo, è possibile acquistare il fungo aromatico a prezzi compresi tra 200 e 500 euro per 100 grammi, a seconda delle dimensioni e della qualità. Nei ristoranti, è possibile ordinare tagliatelle al tartufo, che vengono grattugiate direttamente sul piatto (una porzione costa tra i 30 e i 60 euro). In ottobre si svolge la Fiera del Tartufo, dove si possono assaggiare decine di piatti preparati con questa prelibatezza e ammirare cani addestrati alla ricerca di tartufi sulle colline circostanti.

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